ANALISI l'intervista

Banca prossima, un nuovo approccio all’economia sociale

Dalla finanza di impatto all’ampliamento dei soggetti finanziabili. L’obiettivo è far decollare progetti di qualità, sostenibili nel lungo periodo. Come ci spiega l’amministratore delegato Marco Morganti

Grazie a una modifica importante del suo statuto si allarga il numero dei progetti finanziabili da parte di Banca Prossima, la banca del Gruppo Intesa Sanpaolo dedicata al terzo settore. Una svolta importante sia per la banca, sia per i potenziali beneficiari dal momento che anche le imprese tradizionali potranno chiedere un finanziamento per realizzare progetti con un connotato di solidarietà sociale destinato alle comunità in cui operano. Per l’amministratore delegato della banca Marco Morganti, tale innovazione risponde non tanto alla necessità di ampliare il numero di soggetti finanziabili da parte dell’istituto, ad oggi già numerosi, ma all’esigenza della banca stessa di stare al passo con l’evoluzione del concetto di economia sociale di stile anglosassone.

Come sono cambiati quindi i criteri di concessione dei finanziamenti da parte di Banca Prossima?
Attraverso le modifiche introdotte allo statuto e approvate da Banca di Italia, non abbiamo inteso semplicemente ampliare la platea dei soggetti finanziabili ma abbiamo voluto prendere atto di quanto sta avvenendo nella realtà: vi sono sempre più organizzazioni for profit o singoli individui che intendono mettere in campo progetti con una forte valenza sociale, in collaborazione con soggetti del terzo settore. Escludere tali soggetti significherebbe, in questo momento, perdere un’opportunità per creare valore. Ampliando i requisiti dettati indicati nello statuto, siamo in grado di erogare credito non solo ai soggetti del terzo settore, ma anche ai soggetti pubblici o privati che intendano realizzare progetti di economia sociale. Non è più quindi la natura del richiedenti ma la natura dei progetti che diventa finanziabile.

Quali caratteristiche devono avere i progetti sociali per poter rientrare nell’ambito delle iniziative finanziabili?
Come banca specializzata nel fornire credito a questo tipo di iniziative siamo attenti alla qualità del progetto inteso come sua sostenibilità. La questione di fondo è quella di assegnare un rating alla sostenibilità e quindi attribuire un valore in fase di concessione del finanziamento. Noi ci stiamo impegnando anche su questo fronte, anche se il tema presenta sfide di non poco conto. Anche in assenza di un modello sofisticato di rating di sostenibilità, tuttavia, la banca, proprio in virtù del suo ruolo che la porta in ogni caso a limitare l’assunzione di rischio, dispone già di strumenti con cui valutare la longevità del progetto, che deve essere almeno pari al lasso di tempo necessario alla restituzione del prestito concesso.

Come si concilia questa visione di sostenibilità, anche economica, con l’evoluzione in corso dell’impresa sociale?
L’impresa sociale deve andare verso forme di sostenibilità più ampie di quelle di cui si è tenuto conto finora. Questo non significa che debba cambiare natura o trasformarsi in qualcos’altro, né tantomeno assumere logiche profit, ma deve necessariamente allearsi con coloro che rappresentano i suoi stakeholder nei progetti sociali per incrementare il numero dei progetti di successo: possono pertanto allearsi non solo con soggetti individuali, come ad esempio filantropi, ma anche con organizzazioni for profit o non profit ma generatrici di domanda di servizi. Un esempio evidente è quello delle casse professionali che hanno bisogno di mettere a disposizione degli iscritti servizi anche di tipo socio assistenziale. Sono esse stesse soggetti non profit in grado di allearsi con altri soggetti del terzo settore per creare servizi ritenuti sempre più essenziali in una società come la nostra.

Avete appena lanciato un titolo di riduzione della spesa pubblica: come funziona tecnicamente e quale può essere la remunerazione per chi decide di investirvi?
Si tratta di uno strumento di finanza di impatto di origine anglosassone. In pratica, se un investitore affida il suo denaro alla realizzazione di un’iniziativa che genera una riduzione di spesa pubblica, lo stato, che è il soggetto che ottiene un risparmio da quell’attività, restituisce parte di quel risparmio ottenuto all’investitore sotto forma di rendimento. Si tratta in sostanza di un meccanismo di efficientamento della spesa pubblica. Il primo progetto di questo tipo è stato lanciato nel Regno Unito ed era finalizzato alla riduzione della recidiva degli ex detenuti.
Nel lanciare il nostro Tris abbiamo ripreso questo schema modificandone però alcune caratteristiche: la nostra scelta è stata quella di applicarlo in un ambito come quello dei rifiuti, in cui la misurazione del risparmio è certa e sempre possibile in modo univoco. In pratica siamo riusciti a misurare l’impatto economico di un’azione sociale. In questo schema a emettere il titolo e a collocarlo deve essere sempre la banca che se ne assume anche il rischio. Poiché il rischio è molto basso in questa tipologia di iniziativa, e per il cittadino è pari a zero, il rendimento non può essere elevato, così come invece avviene spesso nello schema usato dal sistema anglosassone, e quindi di tipo speculativo, ma deve essere simile a quello di un titolo di stato di pari durata.

In quali altri ambiti si potrebbe utilizzare?
Si potrebbe utilmente applicare nell’ambito dell’accoglienza dei minori non accompagnati, una voce di spesa importante per alcuni Comuni italiani dal momento che, secondo le norme italiane, se ne assumono pienamente la responsabilità, l’ambito dei rifiuti, l’efficientamento energetico e poi i servizi sociosanitari. Speriamo che il nostro Tris possa costituire un esempio anche per altre banche. Dal canto nostro continueremo a valutare nuove iniziative su questo e altri fronti, andando a portare il nostro contributo non solo in termini di risorse ma anche di approccio all’economia sociale.
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